L'ultimo re


In seguito alla morte di Ettore, Troia è stata conquistata. A vivere fra le rovine di quella che un tempo era la più potente città affacciata sul Mediterraneo sono rimaste solo vedove e schiave. Andromaca, compagna del prode Ettore, tenta in ogni modo di salvare suo figlio Astianatte, l'unico giovane maschio sopravvissuto al massacro compiuto dagli Achei e destinato a diventare re di Troia. Con l'aiuto di Ecuba, moglie del defunto re Priamo, e di sua figlia Polissena, decide di nasconderlo nel sepolcro del padre e di attendere l'imminente ritiro dei greci. Agamennone si è convinto infatti di aver sparso troppo sangue e, avendo finalmente compreso l'inutilità della guerra, è pronto a far ritorno ad Atene. Ma Pirro, figlio di Achille, ancora accecato dall'odio verso le stirpi troiane, vuole annientare definitivamente la famiglia di Ettore e uccidere Polissena, mentre Ulisse non crede che Astianatte sia davvero morto e decide di utilizzare la sua scaltrezza per evitare che Troia possa un giorno sorgere ancora.

Da Euripide a Seneca, e ancora da Seneca fino ad Aurelio Grimaldi, l'infausta tragedia delle ultime donne costrette ad assistere al tramonto di una civiltà vive della forza universale del mito classico. Fuori da ogni tempo e dentro alla spazio dei siti archeologici calabresi, Grimaldi decide infatti di ricreare gli ultimi giorni di Troia come una messa in scena volutamente teatrale, senza incontrare gli eccessivi orpelli o le vistose impalcature delle più libere traduzioni. Una rappresentazione in cui il solenne lavoro dell'attore si esprime non nello spazio "neutrale" del palcoscenico, ma in quello delle antiche vestigia dei Bruzi, pregno di storia e dei potenti segni delle forze del passato. La tragedia delle Troades senecane è forse il testo ideale per tale tipo di rappresentazione, dal momento che è un racconto che parla proprio di rovine, su cui aleggia una nebbia mortifera e un monito antibellico sconsolato e profondo. Attraverso questo paesaggio assieme abbagliante e funereo, supportato da un cielo plumbeo e da una luce solare colta unicamente nella fase aurorale o crepuscolare, Grimaldi pone enfasi sulla tragedia di Seneca come parabola sull'odio, prima ancora che sulla guerra, come doloroso racconto dall'anima decadente e fatalista. Anche qui, come nel filosofo latino, le figure femminili rappresentano la controparte resistente e vitale, fedele e affettiva, all'essenza belligerante della società maschile, e diventano le prime vittime delle pulsioni lascive e mortifere dell'uomo. A innesto di questa visione, Grimaldi inserisce brevemente la figura di Keorte, un laido appestato e bestemmiatore da intendersi come prima vittima delle conseguenze della guerra, l'unico abitante possibile di una civiltà funestata. 
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